ARTICOLI

SCRITTORI

Oggi, tutti insieme, cercheremo di imparare dove vanno a lavorare le persone. L'operaio? Lavora in fabbrica. L'avvocato? In tribunale. L'insegnante? A scuola. Il cameriere? Al ristorante. L'infermiere? In ospedale. Il meccanico? In officina. E potrei continuare ancora a lungo con questi esempi, prima o poi arriverebbe il momento di chiedersi: e il coccodrillo? 
Oh no, scusatemi, volevo dire: e lo scrittore? Eh già! Non c'è nessuno che lo sa. Ci sono scrittori armati di taccuino che prendono appunti alle fermate degli autobus o durante una fila in banca, o all'ufficio postale, o nei bar. Altri che hanno bisogno di un luogo silenzioso e tranquillo dove potersi concentrare, e anche quando sono soli in casa, chiudono a chiave la porta del loro studio. Io appartengo a questi ultimi, e un po' me ne dolgo. Mi piacerebbe essere in grado di scrivere romanzi facendomi ispirare dall'ipnotico ruotare del cestello di una lavanderia a gettone, o impiegare proficuamente il tempo perso in coda con l'automobile e negli spostamenti. Ma non ne sono capace, e quindi neanche in grado d'insegnarvi come si fa.
A proposito di mestieri, mi è venuto in mente un motivetto che compare Alfio canta nella Cavalleria rusticana di Mascagni. Fa così: Oh, che bel mestiere, fare il giardiniere! (O era il carrettiere? La mia conoscenza della lirica è abbastanza limitata, perché nel vedere le opere ho sempre perso la pazienza, scusatemi). In realtà nel giardino di cui parlo non crescono cespugli di rose ma rigogliosi pensieri, idee splendide in ogni stagione dell'anno, immaginazioni vigorose, storie di tutti i generi. E soprattutto c'è una quiete assoluta che annichilisce la realtà presente, qualunque essa sia, e rende possibile l'ascolto dei pensieri. Ora voi mi chiederete: ma deve trattarsi necessariamente di un luogo fisico? No, per gli scrittori da bar. Sì, per gli altri, e dunque anche per me. 
Il giardino segreto è un intuizione fantastica che può servire da rifugio anche a quelle persone che non hanno nessuna intenzione di lambiccarsi il cervello per tirarne fuori trame narrative, dialoghi e digressioni. Pensateci. Qualcuno vi stressa? Una situazione lavorativa vi è diventata insostenibile? Dovete prendere una decisione importante? Concedetevi una pausa e andate a riflettere nel vostro giardino.
Ora, supponendo che questo spazio rilassante e creativo sia una camera appartata della vostra abitazione, cerchiamo di stilare una lista degli oggetti che dovrebbero farne parte.
Naturalmente, il mio è un parere del tutto personale, ma se può esservi d'aiuto, vi dico cosa ho disposto e cosa vedo, proprio adesso, attorno a me: libri sul pavimento, sul divano, sui termosifoni (indispensabili: diffidate degli scrittori che non trovano il tempo di leggere), fogli ammonticchiati dappertutto (indispensabili: il lavoro di scrittura passa attraverso continue revisioni), scatoloni traboccanti di riviste e quotidiani (indispensabili: bisogna pur sapere cosa accade nel mondo), una cyclette che ho trasformato in un appendiabiti (indispensabile per migliorare la salute e scaricare le tensioni nervose, poi superflua per mancanza d'uso e infine nuovamente indispensabile nella sua nuova funzione), una stampante (indispensabile e più volte maledetta per il prezzo esorbitante delle cartucce), un pc portatile (indispensabile, anche se a volte penso che riesumare la mia Olivetti Lettera 35 farebbe di me uno scrittore di culto), un tablet economico (superfluo, ma qualche bastardo della pubblicità occulta ha fatto in modo di convincermi che fosse indispensabile), due blocchetti di post-it gialli (indispensabili: ne tengo sempre uno in tasca, nel caso dovesse capitarmi un'illuminazione da scrittore da fermata d'autobus, difficile, ma non si sa mai), una poltrona arancione in similpelle (indispensabile: non credo esista al mondo una donna che ceda al fascino dello scrittore con i calli al culo), uno stereo portatile con cd di musica classica e cuffie di precisione con qualità audio full range superiore (indispensabili, specie quando i pensieri affollano la mente come scimmie saltellanti su un albero di banane). 
Non sono un buon esempio, lo ammetto, e infatti, ogni sabato mattina, il giorno dedicato alle pulizie di casa, mi trovo costretto a lottare con mia moglie, armata di mocio  e decisa a passare sul mio corpo pur di violare la sacralità di quel luogo. Più volte ho cercato di spiegarle che l'apparente disordine che vi regna è un ordine non materiale che solo noi scrittori riusciamo a percepire. Ma è tutto inutile: le battaglie si susseguono con esiti alterni e nessuno sa pronosticare chi vincerà la guerra. 
Come avete forse notato, non c'è traccia di pacchetti di sigarette né di superalcolici. E niente droghe. Mi dispiace per quei lettori che vorrebbero sentire l'odore dolce di pino bruciato tipico degli spinelli, ma la teoria che lo sforzo creativo possa essere favorito dall'uso di sostanze stupefacenti è una bufala in salsa rock. Ubriacarsi per scrivere meglio è la scorciatoia delle menti aride. Ma non funziona. Lo scrittore tossicodipendente non è un profondo ricercatore della creatività artistica: è nient'altro che un tossicodipendente, un comunissimo ubriacone e drogato. Lo scrive Stephen King e se lo dice lui che ha passato molti anni nell'inferno dell'alcol e della droga, potete crederci: "Hemingway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi o moralmente deboli. Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti. Probabilmente è vero che le persone creative sono più vulnerabili di altri all'alcolismo e alla dipendenza dagli stupefacenti, e allora? Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi della strada".
Ah, dimenticavo la cosa più importante: una scrivania porta-computer è fondamentale, a meno che non riusciate a lavorare con il pc adagiato sulle ginocchia intorpidite. La mia è messa in modo che nel momento in cui distolgo lo sguardo dallo schermo mi ritrovo a fissare una parete bianca. Vi sembra triste? Ve l'ho detto: non voglio distrazioni. E poi, tutte le volte che mi siedo a scrivere, mi piace pensare che quando il corpo è prigioniero tra quattro mura, la mente comincia a viaggiare e ci porta in capo al mondo.

 

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LA COAZIONE A CORREGGERE

"Oh, no! Un errore di battitura in un manoscritto che ho spedito! Ora che faccio? Scrivo all'editore invitandolo a non aprire la busta e aspettare un secondo invio? Sono stato un idiota! Un maledetto, dannato idiota. Come ho potuto fidarmi del professor Controllo Ortografia e Grammatica di Word? Ho riletto quel testo cento volte, solamente cento, quando ne sarebbe servita una di più! Il romanzo che ho scritto e corretto per sedici anni ora è morto, ucciso dalla mia superficialità. Un assassino, sono l'assassino di me stesso".
Benvenuti nella mente dello scrittore che soffre di iperscrupolosità!
In questo capitoletto voglio parlarvi di un'utopia capace di creare degli squilibri nella mente di chi la persegue. E voglio farlo ricordando un grande scrittore ingiustamente dimenticato: Stefano D'Arrigo .  
Nei venticinque anni intercorsi tra l'inizio del romanzo-fiume Horcynus Orca, e la sua pubblicazione, D'Arrigo non si è accontentato d'inventare un linguaggio proprio, unico, fatto di un continuo intrecciarsi di dialetti e lingua colta, ma ha inseguito il sogno di scrivere l'opera perfetta, pagando duramente, nel corpo e nella psiche, l'ossessione per le infinite correzioni e riscritture. Il mostro marino, l'enorme mammifero di carta e d'inchiostro, divorò pian piano il suo autore, con subdola ferocia, togliendogli ogni volontà che non fosse quella di scrivere e cercare all'infinito la parola migliore, la virgola al punto giusto, la frase necessaria. Nell'ottobre del 1974, quando il manoscritto era ormai pronto a essere dato alle stampe, D'Arrigo chiamò Mimma Mondadori e le chiese di cambiare tutti i verbi "prendere" in "pigliare". Le modifiche, eseguite a mano, fecero slittare la pubblicazione di alcuni mesi, e nel febbraio del 1975, quando il libro uscì, D'Arrigo non era ancora soddisfatto, e sopportò a fatica, e solo al prezzo di una lunga depressione, il pensiero di non poterci più mettere mano.
In media, chi soffre di iperscrupolosità ha un rapporto difficile con una delle figure più importanti del mondo editoriale: l'editor, vale a dire quel professionista che, stipendiato dall'editore, dovrebbe in teoria aiutare lo scrittore a migliorare un testo, uniformarne le parti, correggere eventuali errori e renderlo pronto per la pubblicazione. Io non amo la lingua dell'Impero e preferisco usare il termine "revisore", anche se le parole più adatte a definirlo sono "piattola", "rompipalle", o anche (questa è bella) "scrotoclasta". Il punto è che, specie se si ha a che fare con editori medio-piccoli e sbarbatelli freschi laureati incautamente assunti con un contratto a progetto, non è facile trovare un revisore che si faccia amare e collabori con uno scrittore, tirandone fuori le potenzialità inespresse senza invaderne la scrittura. 
Voi aspiranti esordienti, per fortuna (anzi, no, per sfiga: vuol dire che il vostro manoscritto non è stato ancora accolto in nessun piano editoriale), dovrete impegnarvi a esaminare ciò che avete scritto con la maggiore obiettività possibile, fidandovi esclusivamente della vostra testa. E qui cominciano i problemi, poiché è veramente difficile tenere a bada una parte della testa che trova da ridire su ogni minuzia, ogni virgola e ogni punto, neanche fosse la più arcigna delle educatrici di collegio. E allora, l'altra parte della testa, quella che vi stima, comincia ad avere seri dubbi sul vostro talento narrativo, e il risultato è quello di una sottostima che è l'anticamera dell'apatia da iperscrupolosità.
E insomma, torno a ripetervi che finché non sarete in grado di tagliar corto e scrivere, sconfiggendo reiterati dubbi e ripensamenti, dovete semplicemente lasciare che le dita scivolino sulla tastiera in totale libertà. E quando avete finito, allontanate la tentazione di cestinare e lasciate stemperare le emozioni. Lo ripeto: non tagliate.
Come dice il mio amico giardiniere Mario Vinci: "Prima di potare un albero, ci si ragioni su, poiché a segare un ramo ci si mette poco, ma per vederlo ricrescere bisogna aspettare molto più a lungo".
Capita così anche in letteratura. Lavorare su un testo spoglio richiede un impegno infinitamente maggiore per cercare di tirare fuori le intenzioni narrative (attenzione: metafora sottile in arrivo) dal buco del culo dell'autore, mentre una scrittura prolissa, anche se noiosa, è un territorio rigoglioso di incertezze linguistiche e intenzioni espresse male ma potenzialmente in grado di generare una perfezione di forma e contenuto.
E dunque: esagerate.

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