QUALUNQUE TITOLO VA BENE

- le prime dieci pagine -

-1. Fatte le dovute premesse…

 

In questo libro si citano per nome i seguenti personaggi: Anna Grazia Diamanti, Massimo Spataro, Cinzia Picca, Franco Lamaiola, il commissario Spada, Pasquale Meli, Francesco Scerni, Mario M’fami, Gerlando Verga, Giuseppina Albano, Gero Caratozzolo, Salvatore Caratozzolo, Mariella Martelli Caratozzolo, Clara La Farciola, Nonna Lella, Totò Lamaiola, Ciccio Granella, Rosalinda Coco, Tiziana Coco, Ciro Vita, Marina Lamaiola, Massimo Messina, Calogero Schembri, Santo Montalbano, Calogero Lametta, Petra Bella, Raimondo Panepinto, Rocco Galvano, Giuliano Campanella, Franco Candido, Valeria Mancuso, Anna Consiglio, Claudio Lombardo, Luca Gennaro Cammarola, Giuseppina Caldonazzo, Camillo Rea, Lavinio Granatone, Cettina Bruccoleri, Mary Bruccoleri, Loredana di Bologna, Karina la superzoccola bambina, Gigio Romeo, Giuseppina Starace, Francesco Barletta, Tana La Frangetta, Roberto Rocco, Rosaria Bulone, Mariella Minelli, Angela Lattuca, Annalisa Ciranni, Sara Angeloni, Cristina Donizetti, Rosanna Sciortino, Svetlana Scerni, Toni Sorcio, Giovanni Sorcio, Orso Caramellana, Tino Balli, Angelo Ricotta, Elia Zukowski, Stella Diamanti, Gennaro Bellavia, Carletto Diamanti, Alfonso Lorco, Santino Lucia.

I loro nomi, cognomi, e le situazioni che racconto sono frutto della mia fantasia.

Chi mi conosce, sa che il padre descritto in queste pagine non è mio padre.

Chi mi conosce, sa che la madre descritta in queste pagine non è mia madre.

Anche se è vero che io avrei voluto essere il figlio di Howard e Marion Cunningham.

Quando la storia mi frullava in testa, e solo in testa, e ancora ingarbugliata, il mio protagonista, Franco Lamaiola, me l’ero immaginato con un carattere vivace ed estroverso, ma con il trascorrere del tempo e delle pagine, vivendo e patendo insieme a me, inevitabilmente ha finito per somigliarmi.

 

 

0. Si parte!

 

 

1. Diamanti Anna Grazia.

 

Trattasi di donna, 40 anni, peso Kg 56, altezza cm 173.

L’esame autoptico rivela quaranta ferite da arma da taglio, così distribuite: sedici al fianco, a livello della fossa iliaca sinistra; tredici alla schiena, in regione sopraspinosa destra; sette al collo, in regione sopraioidea; quattro al braccio destro, sul margine ulnare.

Si nota inoltre, in corrispondenza dell’avambraccio, a 8 cm dalla piega del gomito sinistro, una piccola incisione di forma stellare con 5 punte.

 

 

2. Bravi Ragazzi.

 

Una stella a cinque punte, graffiata sulla pelle, che ho subito pensato: è un messaggio, è l’assassino che vuol dirci qualche cosa. Che vuol dirci con la stella a cinque punte? Non lo so. La presenza di una stella a cinque punte fa pensare a tante cose, ma il pensiero che mi torna nella mente, che mi resta nella mente, è un’impresa fanciullesca, niente di speciale, niente: la telefonata di un gruppo di ragazzi che dicono di essere i carcerieri di Aldo Moro. Niente. Niente di cui andare fieri. La telefonata di un gruppo di ragazzi al 112.

“Pronto?…”

“Plonto, siamo le bielle.”

“Chi?…”

“Bligate Losse.”

Massimo Spataro, dodici anni, brigatista.

“Pronto?…”

“Pronto, siamo le bierre.”

“Chi?...”

“Ma allora non capisci!”

Cinzia Picca, tredici anni, brigatista.

“Cosa dovrei capire?”

“Il presidente è vivo e si trova rinchiuso in un carcere del popolo.”

Cinzia Picca qualche anno dopo ha cominciato a battere, si è comprata la Mercedes e la casa a Roma, in via del Fontanile Arenato, figuriamoci, con le sue tettine, con le sue tettine a pera e lo zio vescovo, figuriamoci, le amicizie sono tutto nella vita.

“Dove si trova, il presidente?”

“In un calcele del popolo!”

Massimo Spataro fa l’operaio in una fabbrica di barche a vela, a Porta Pecorelli, provincia di Agrigento. Guadagna 1200 euro al mese, che andar bene, se ne vanno giusti giusti per l’affitto e per mangiare. Massimo Spataro vive solo.

“In un carcere del popolo? E voi sareste…”

“Brigate rosse.”

Cinzia Picca si è sposata il presidente della World Union for Progressive Mozzarella. Poi dicono che ormai la danno tutte, che la fica ha smesso di contare, conta eccome. Cinzia Picca ha lo skipper personale. Fa pesca nel Mar Rosso, Cinzia Picca.

“E cosa volete per liberarlo? Uno scambio di prigionieri, o dei soldi? O un lecca lecca?”

“Allora non capisci, carabiniere della minchia! Il rilascio di Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla… a… alla…”

“A che?”

“Alla chiusura di tutte le scuole.”

Io, Franco Lamaiola, dodici anni, brigatista. 

Non era stata mia l’idea di rompere i coglioni al commissario Spada. Io non lo sapevo che il 112, che il 112 era il numero dei carabi, non lo sapevo, no. A quei tempi la mia conoscenza del mondo si limitava al Manuale delle Giovani Marmotte e alla formazione della Juve, la formazione che avevo scelto dopo aver visto il mio Milan perdere 6-0 con l’Ajax, la formazione dall’uno all’undici, dall’uno ch’era Dino all’undici Roberto, dall’uno all’undici. Avevo dodici anni e sognavo di scappare di casa, di andarmene a Torino e diventare un’ala destra, e non pensavo che esistessero lavori tipo l’accompagnatore, il distributore di volantini, il lavavetri, l’addetto allo stampaggio rullatura filettatura molatura di viti e bulloni, il venditore porta a porta, il dog-sitter, il mago sensitivo cartomante astrologo. E invece è andata così: che ho fatto l’accompagnatore, il distributore di volantini, il lavavetri, l’addetto allo stampaggio rullatura filettatura molatura di viti e bulloni, il venditore porta a porta, il dog-sitter, il mago sensitivo cartomante astrologo.

Attualmente mi sono messo in testa di diventare uno scrittore di gialli, beninteso uno scrittore di successo, ed è per questo che me ne sto davanti a un tavolo dell’obitorio, un tavolo anatomico realizzato interamente in acciaio inox, con sistema di filtrazione per putrescine e cadaverine, ed è per questo, perché non si può scrivere di cose che non si conoscono direttamente, è per questo che me ne sto accanto a Pappi Meli, al mio amico Pappi Meli, che di noi bierre, di noi bravi ragazzi, è stato il capo, il capo indiscusso, il grande vecchio, quello che ideava gli scherzi e rimaneva nell’ombra, insomma il paraculo. Il mio amico Pappi Meli è titolare di un corso di insegnamento presso la Scuola di Specializzazione in Medicina Legale dell’Università di Roma La Sapienza. Il mio amico Pappi Meli continua a redigere il verbale e a ripetermi di stare fermo, stare fermo e non toccare, che qui non ci potrei nemmeno stare, e se non fosse per lui, se non fosse per l’amicizia che ci lega, dice Pappi, questa bella esperienza non riuscivi a farla, dice Pappi. Ma poi dice che nel libro devo scriverci il suo nome e il suo cognome, devo scriverci che il libro è dedicato al professor Pasquale Meli, per l’aiuto che mi ha dato nella ricerca delle fonti e nella cura delle parti che trattano di scienza medico-legale. Ricevuto, ma a pensarci è un gran casino, perché avevo già deciso di dedicare il libro alla memoria di mia nonna, nonna Lella, è un gran casino, perché Massimo e anche Cinzia mi hanno chiesto qualche riga, è un gran casino, perché Pappi, Pappi Meli, il professor Pasquale Meli lo so bene che gli secca leggere il suo nome accanto a quello di un semplice operaio, il nome suo chiarissimo, professor, professor Pasquale Meli, il nome suo chiarissimo accostato a un operaio, e pure a una puttana, a una zoccola arricchita, a Cinzia Picca, alla sua amica d’infanzia, ma sempre di una zoccola si tratta, sempre di una zoccola, e allora vada il cazzo, mal che vada, vada il cazzo a rinnovare l’amicizia, ma nell’oscurità. Il nome no.

Il professor Pasquale Meli mi fa notare il pube di Anna Grazia, il pube nudo e insanguinato. Mi chiede se provo eccitazione, se ho mai visto il sesso di una morta, se ho voglia di scoparla, dice lui: “Te lo chiedo, sai perché? Curiosità professionale.” 

“No, per nulla,” dico io, “non ho più nemmeno voglia di vederla, no, per nulla, grazie, ciao.” 

Scappo via dall’obitorio e, mentre scappo, sento Pappi che mi urla: “Ma che ho detto? Perché scappi?”

Scappo via dall’obitorio e, mentre scappo non lo sento, Pappi Meli, non lo voglio più sentire, non lo sento ma continuo a domandarmi: e quella stella? È un simbolo mafioso? Un simbolo esoterico? Un messaggio? Forse forse. La presenza di una stella a cinque punte fa pensare a tante cose, ma il ricordo che mi torna nella mente, che mi resta nella mente, è il ricordo del commissario Spada che riconosce le nostre voci. Quella di Massimo, per prima. Quando Massimo Spataro si agitava, la sua erre scompariva. Il commissario se ne accorse e lo chiamò per nome.

“Massimo. Massimo Spataro.”

E poi: “Cinzia. Cinzia Picca.”

E poi: “Franco. Franco Lamaiola.”

Il commissario ci chiamò per nome, disse che una volta poteva perdonare, la seconda no, ci avrebbe fatto piangere, e noi lo sapevamo, lo sapevamo come: quello stronzo era capace di avvertire i nostri genitori.

 

 

3. Quest’inizio?

 

Bravo, mi son detto, ma che bravo, ma che inizio scoppiettante, son sicuro che il lettore non mi molla, non adesso, son sicuro.

“Bravo,” mi son detto.

“Bravo un cazzo.”

Che alle volte mi succede di parlare con me stesso e quel che è peggio, mi succede di parlare con me stesso e di scoprire che la testa, la mia testa, è come fossero due teste: c’è una parte che mi apprezza e c’è una parte che mi schifa, e le due parti, mi succede, son sicuro, le due parti fanno a morsi tra di loro, come un cane con due teste che fa a morsi con se stesso, e qualche morso, è naturale, me lo prendo, me lo prendo sulla testa, e quel che è peggio, che è straniante, è che alle volte son contento, sono quello che li ha dati, quei morsi sulla testa, e quel che è peggio, che fa male, è che altre volte sono triste, sono quello che li ha presi, quei morsi sulla testa, e quasi sempre mi scoppia un’emicrania.

Questa volta, per esempio, una parte della testa, la mia testa, quella parte della testa che mi apprezza, ha detto: “Bravo.”

“Bravo un cazzo,” ha detto l’altra, l’altra parte della testa, la mia testa, quella parte della testa che mi schifa. E ha continuato: “Ti concedo che sei stato divertente, ma è un incipit che parte a 200 all'ora, troppo veloce. Devi respirare ogni tanto. Devi fare digressioni, rallentare il ritmo, andare a capo, spezzare con una battuta di dialogo. Devi dare al lettore la voglia di raccapezzarsi, di continuare a leggerti.”

Alle volte mi succede che le parti della testa, a furia di scontrarsi e contraddirsi, non sanno più cosa pensare. E pure io.

 

 

4. Scerni Francesco.

 

Di tutti i miei compagni del liceo, Francesco Scerni detto Ciccio detto Hulk era il più grosso. Alto, grosso, con la fissa dell’Inter. Quando al campetto sfidavamo le terze, quelli più grandi, quelli che lui chiamava i montati delle terze, Ciccio Hulk decideva chi giocava e chi no, e tanti suoi compagni li escludeva per invidia, perché magri, agili, scattanti, e tanti suoi compagni si mordevano le dita, non riuscivano a star fermi e si mordevano le dita, perché cazzo, perché cazzo, perché il grosso voleva fare l’Altobelli, poveretto, per fare l’Altobelli avrebbe dovuto segarsi in due, in quattro, ma nessuno aveva il fegato di farglielo notare, perché lui era il più grosso. Lento, grosso, bravo a comandare: “Salta l’uomo!... Chiudi!... Crossa!... Spingi sulla destra!... Marca, marca stretto!... Cambia!... Scatta!”

La verità è che il suo ruolo non prevedeva l’incontro col pallone. Ciccio centravanti non c’entrava, non c’entrava niente col pallone.

Io da spettatore l’ho sempre visto fuori. Oltre la linea della porta, con la maglia nerazzurra, i calzoncini neri, i calzettoni azzurri, le Mecap. Ciccio si piazzava alle spalle del portiere avversario e lo riempiva d’insulti: bastardo, coglione, figlio di puttana, tutti quelli che sapeva: merda secca, mezzaminchia, mezzasega, stronzo, finché lo sfortunato non ne poteva più, si distraeva e beccava un gol. Ciccio Hulk era quel tipo di ragazzo che se non eri suo amico ti sarebbe piaciuto ammazzarlo di botte, però nessuno l’ha mai fatto, perché era grosso.

Ciccio fa il tassista, da Roma a Fiumicino, fa il tassista, e secondo la testimonianza di un ragazzo di colore che lavora in una pompa di benzina, potrebbe essere uno degli ultimi ad avere visto viva Anna Grazia. Il pompista, che si chiama Mario M’fami, si ricorda di quel taxi, Freccia 3, pure la sigla si ricorda, non è che si ricorda ogni cliente, ma quel taxi, quello sì, se lo si ricorda per un piccolo incidente, un contrattempo: la serratura del tappo non funzionava, e quando un omaccione, quando Ciccio è sceso per forzarla, dal sedile posteriore una donna sui quaranta gli ha gridato di sbrigarsi, una donna sui quaranta, altezza uno e settanta, bruna, bella, un poco isterica però: ha abbassato il finestrino e ha cominciato a battere le mani sulla portiera, e non smetteva, non smetteva, gli gridava di sbrigarsi, faceva un gran baccano, gli gridava di sbrigarsi per non perdere l’aereo, e con lei gridava un tipo, un altro tipo ch’era dentro, e poi chissà, chissà se c’era qualcun altro. Il pompista, che si chiama Mario M’fami ed è una giovane promessa della Lazio, si è presentato spontaneamente in caserma, e quando i carabi gli han chiesto se era certo, ai carabi gli ha detto: “Più che certo. La faccia di quella pazza isterica è su tutti i giornali. È Anna Grazia Diamanti.”

Ciccio Scerni invece: “Boh.”

È stato interrogato, Ciccio Scerni, ha detto: “Boh.”

Non è apparso convincente.

 

 

5. Verga Gerlando.

 

Gerri Verga urologo mi guarda con pietà, indossa il guanto e si spalma il dito medio di vasellina filante. Via, in ginocchio: Gerri entra, Gerri esce. Gerri entra ed esce molto lentamente. Niente al mondo mi fa più vergognare dell’idea di eccitarmi mentre Gerri infila il dito nel mio culo.

“Senti male?”

“No, per nulla.”

Gerri Verga urologo mi guarda con pietà, si sfila il guanto e dice che ho lo sfintere tonico, il canale non capisco, il canale cosa, il canale anale libero, l’ampolla rettale vuota.

“E la prostata, Gerri, e la prostata?”

“Normale.”

Gerri Verga urologo mi guarda con pietà e dice che la mia è ipocondria.

“Vuoi dire che sto bene?”

“Ma certo che stai bene.”

Gerri Verga lo sanno tutti ch’era stato il ragazzo di Anna Grazia; che lei lo aveva abbandonato per tuffarsi nelle braccia di un professore di educazione fisica; che, a distanza di vent’anni, lui non era ancora riuscito a liberarsi del fantasma dell’amata; che le spediva una mail al giorno, e poi telefonate, appostamenti sotto casa, suppliche, scenate, crisi depressive. C’è persino chi parla di ricoveri d’urgenza e sotto falso nome. Parlano tutti. Parlano Massimo e Cinzia, parla Ciccio detto Hulk, parla Pasquale, Pasquale Meli che non l’ha mai sopportato e ora giura di sapere che una settimana prima d’essere uccisa Anna Grazia aveva denunciato l’ex-amante per percosse.

6. Lamaiola Franco.

 

Antonello Satta Centanin… è Aldo Nove. Daniel Pennacchioni... è Daniel Pennac. Cleo Birdwell… è Don De Lillo. Richard Bachman… è Stephen King. Franco Lamaiola… sono io, modestamente.

Franco Lamaiola è nato una mattina che cercavo un nom de plume, una mattina che leggevo un libro di Chuck Palahniuk. Nome vero? Chi lo sa. Mi è subito sembrato un nome bellissimo. Chuck Palahniuk, Chuck Palahniuk. Anch’io volevo un nome bellissimo, assolutamente, sulla copertina del mio libro doveva esserci un nome bellissimo, volevo un nome bellissimo e mi è venuto in mente questo qua: Nicola Lamaiola, Nicola con la rima, Nicola Lamaiola. Ma poi è successo che uno stronzo di Nicola si è sbronzato, si è cannato e mi è venuto addosso con la Duna, lui e la sua Duna, lui e quel cazzo d’auto che ho sempre detestato. Crac, sirene, urla, ricovero d’urgenza all’Ospedale Parlapiano di Ribera. Mi sono fatto due mesi di letto, e da una costola incrinata è nato Franco. Franco con gli occhi neri e gli effetti speciali sulla faccia. Franco Lamaiola, un nome d’arte. O sfortunatamente, solo un nome.

 

 

7. Albano Giuseppina.

 

Un flash: le poltroncine in legno del cinema Mezzano. Il film non mi ricordo, forse di Bellocchio, il diavolo, il diavolo e qualcosa, non lo so, non mi ricordo. Mi ricordo una scena di fellatio tra la fidanzata di un terrorista e uno studente. Mi ricordo. Mi ricordo di essermi chiesto perché queste cose accadevano solo nei film e mai nella vita, almeno nella mia. Almeno nella mia con Giusi Albano, la mia migliore amica. Migliore amica è troppo, diciamo la mia amica, l’unica che aveva accettato di vedere quel film, quel film non mi ricordo. Mi ricordo di averle chiesto se aveva cominciato a fare dei pompini, e se volesse cominciare.

“Vaffanculo.”

Mi ricordo che mi ha detto: “Vaffanculo. Prenderlo in bocca non è uno scherzo, non è come dare un bacio.”

Giusi Albano è stata la prima a sposarsi. La mia prima compagna di liceo a farmi rosicare, perché mi aveva detto: “La verginità non è da tutti, ma io voglio provarci, almeno fino al matrimonio.”

Così mi aveva detto, giurandosi sincera, ma poi s’era venduta a Gero Caratozzolo, Gero Sardasecca, una specie di Don Chisciotte messo a dieta, figlio del costruttore Salvatore Caratozzolo, figlio della baronessa Mariella Martelli Caratozzolo, che io pensavo, di tutti i Carattozzolo, io pensavo ch’erano ricchi, troppo ricchi, ma pure brutti, troppo figli di una cozza, e una volta gliel’ho detto, a Gero, gliel’ho detto: “Siete così brutti che i figli ve li porta lo sparviero, la cicogna si rifiuta.”

Giusi Albano non lo so che fine ha fatto. Lei e Gero si sono trasferiti, non lo so.

Alcuni anni dopo ho rivisto il film alla tv, il film che avevo visto al cinema Mezzano, il film non mi ricordo, Il diavolo, ecco come si chiamava, Il diavolo in corpo. Volevo farmi qualche sega, mi sembrava pure un modo simpatico per ricordare Giusi Albano, volevo farmi qualche sega, ma avevano tagliato la scena di fellatio.

 

 

8. La passione per gli scacchi può condurre alla follia?

 

Secondo uno studio effettuato dal Centro internazionale Isfb dell'ospedale Charité di Berlino, l'uso di giochi per il computer su internet crea una memoria del piacere nel cervello che dà dipendenza, come accade per alcol e droghe leggere.

 

Su yahoo.com è possibile giocare a scacchi con persone di paesi lontani, di qualsiasi forza, giocare quando vuoi e con chi vuoi: scegli la partita, clicchi su Inizia a giocare e aspetti che il tuo avversario faccia la sua mossa. Io in un giorno sono arrivato a giocare seicentoventinove partite, credo di non essermi fermato neanche per mangiare, seicentoventinove, seicentoventinove partite, centosedici le ho vinte, naturale, neanche con gli scacchi ho successo, altrimenti non sarei qui a tentare di fare lo scrittore, sarei un professionista, un giocatore da torneo, e invece niente: niente professionismo, niente scrittura. Mi metto al computer, apro word, apro yahoo. Quando la mia voglia di word incontra la mia voglia di yahoo, è la voglia di yahoo che vince.

Sembra incredibile, la mia voglia di yahoo, sembra incredibile far giorni e settimane senza scrivere una riga, è una cosa che quando me ne rendo conto, quando arrivo a rendermene conto, tutto il tempo che ho buttato, vorrei recuperarlo, vorrei tornare a scrivere, scrivere come un invasato, vorrei scrivere e non scrivo, non scrivo per il nervosismo, per il tempo che ho buttato.

Ho provato a liberarmi, a disintossicarmi, ma non c’è niente da fare. Ho provato a spegnere il pc, a scrivere a mano, mi sono procurato una Mont Blanc, modello Franz Kafka, con finiture in argento sterling 925 e pennino in oro 18 carati, mi è costata una cifra, una cifra esagerata, mi è costata una cifra di spavento entrare in gioielleria e rubarla, ho provato a liberarmi di yahoo, ma non c’è niente da fare: il mio amore per gli scacchi è un’ossessione, un avvelenamento della psiche che porta alla pazzia, ho provato, ho provato a liberarmi, ma non c’è niente da fare.

 

 

Questo capitoletto non merita neanche il numero.

 

Clara, forse. La Farciola, forse. Di lei ricordo solo il nome, forse.

 

9. Cinzia Picca snamorata.

 

Viene a sfogarsi che lo stronzo… lo stronzo l’ha costretta a tenersi un vibratore elettrico nella fica per sei ore, per sei ore, dice, e lei c’è stata, lei col suo cervello da uccella imbalsamata, lei, la poverina, che poi l’oggetto si è rotto e qualche pezzo le è rimasto nell’utero.

E dire che non le era mai successo di essere umiliata, mai. Con il suo amore per il sesso, il suo amore per i soldi, il suo amore per gli uomini di potere, non le era mai successo di essere umiliata, trattata da puttana. Con tutte le ragazze trovate morte, accoltellate, strangolate, era stata una fortuna non subire mai violenza. E ieri quello stronzo… lo stronzo che ha sposato, sì.

 

10. Schizofrenia toc toc… bussa alla mia porta.

 

La certezza che il mio stato mentale si stava lentamente alterando l’ho avuta a qualche giorno dai miei 23 anni, una mattina, una domenica mattina che, svegliandomi col mal di testa, mi accorsi che i libri, che i miei libri avevano deciso di lasciare gli scaffali.

I più audaci, i Joyce, i Calvino, i Perec, salivano sull’armadio e rimanevano lassù, tra turbini di polvere, avendo un’idea sempre più vaga della strada del ritorno. Altri, i Chatwin e i Theroux, presi da una furia esploratrice, sfidavano le esalazioni nocive prodotte dai calzini scordati sotto il letto, o peggio ancora, rischiavano la morte per arsura rimanendo con il dorso schiacciato e dolorante dietro un termosifone.

Questa sorta di schizofrenia allucinatoria non mi ha più abbandonato. Di solito basta un po’ di pulizia per riportare in salvo i dispersi, ma può anche capitare che spariscano per anni, come Invisible Monster di Chuck Palahniuk.

Invisible Monster è il mio preferito, mi ero anche rassegnato a ricomprarlo, ma poi, contro ogni probabilità, l’ho rivisto in una foto dell’Espresso che ritraeva la camera d’albergo dove Anna Grazia è stata accoltellata, quaranta volte è stata accoltellata: sedici al fianco, tredici alla schiena, sette al collo, quattro a un braccio. Invisible Monster era lì, sulla moquette, tra un paralume rovesciato e una bottiglia di Perrier sporca di sangue. Allora mi sono ricordato di quel giorno di Natale di due anni, di tre anni, di quattro anni fa, di quel giorno di Natale, forse era Natale, forse Pasqua, di quel giorno in cui lei mi aveva chiesto un libro perché andava a San Giovanni Rotondo con delle zie e pensava di annoiarsi, e io le avevo dato proprio quello, Invisible Monster le avevo dato, e difatti nella foto si vede la dedica di Chuck, a Franco nel segno de la peace, a Franco Lamaiola, ma questo per fortuna è abbastanza fuori fuoco, non si legge.

Io, prima di vedere quella foto, non avevo mai pensato alla mia stanza dal punto di vista di uno che ci entra all’improvviso. Le cose sono cambiate quando ho capito che i carabi sarebbero venuti a chiedermi di quel libro. Allora ho cominciato a spolverare, lucidare, e finalmente, dice mamma, finalmente disporre le mie cose secondo un criterio: intanto i libri con i libri e i dischi con i dischi, e questo perché non mi va che uno stronzo di carabo venga a criticare il mio disordine, che poi lo so, potrei anche reagire e spaccargli la faccia a suon di cazzotti, e solo per il gusto di sentirmi un personaggio del mio Chuck, di Chuck Palahniuk.

Ora, grazie alla lentezza delle forze dell’ordine, dopo mesi di attesa e intensi sgrassamenti, la mia stanza è l’esempio perfetto di come dovrebbe essere la stanza di un omicida ossessivo.

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